Il bilancio dei bilanci: riflessioni su Tempo di Libri
Sotto la pioggia di commenti che ha seguito la chiusura della prima fiera meneghina dell’editoria, proviamo ad aprire l’ombrello.
Ma insomma, ‘sta fiera, com’è andata?
Tempo di Libri è andata bene o è andata male? Se parliamo in termini di accessi, è andata maluccio. Intendiamoci: 60mila visitatori (più altri 12mila a Fuori Tempo di Libri) non sono pochi. Però Torino, lo scorso anno, ne ha fatti registrare più o meno il doppio.
Principale imputato di questo risultato, ben al di sotto delle aspettative degli organizzatori (qualcuno dice che puntassero alle 80mila presenze, altri alle 100mila), sembra essere la collocazione, sia temporale che geografica. Bocciata l’idea di avvalersi degli interstizi fra i ponti di Pasqua e 25 aprile, parzialmente bocciata la fiera di Rho – troppo distante da Milano per favorire gli accessi – e bocciati infine gli orari, che hanno scoraggiato la fruizione “post-ufficio” nei giorni feriali.
E i promossi?
Grande considerazione per il palinsesto e i suoi 700 eventi, tutti valutati ricchi e qualitativamente validi, sebbene declinati in un alfabeto più artificioso che utile.
Promossa anche la scelta di adottare costi di partecipazione meno esosi della norma: 552 case editrici partecipanti sono un’ottima premessa per il futuro. Questa scelta ha avuto anche l’effetto indiretto di “costringere” Torino a diminuire i propri costi di partecipazione.
Alcuni commentatori hanno anche registrato soddisfazioni commerciali, non meglio specificate, che pertanto non possiamo annoverare tra le cose buone di Tempo di Libri. Però non possiamo neanche escludere che lo siano.
Ultimissima cosa: un mea culpa. Diversamente da quanto previsto parlando di Bookabook presente al Book Pride, anche Tempo di Libri ha rivolto attenzione al self-publishing. Non un grande spazio, ma l’idea di coinvolgere il team di Extra Vergine d’Autore è un ottimo segnale della volontà di interpretare i tempi.
E noi che non ci siamo stati?
Proponiamo alcune riflessioni, senza pretese. La scelta del periodo è stata errata, ok. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha già annunciato che la seconda edizione si terrà sempre in primavera ma in un altro periodo. La proposta di Luca Sofri ci sembra più sensata:
“(…) E spostare ad autunno – in maggiore relazione con Book City – è la cosa più costruttiva che i critici stanno proponendo, insieme a spostare in città.”
La soluzione autunnale eviterebbe la vicinanza temporale con il Salone di Torino e – cosa da non sottovalutare – offrirebbe, nella sinergia con Book City, la possibilità di caratterizzare Tempo di Libri in maniera più decisa, invece che alimentare un gigantesco clone del Salone.
Terzo: sarebbe un’occasione per tentare una formula profondamente nuova nei contenuti, dove editoria indipendente e non potrebbero dialogare per favorire la promozione della lettura (come proposto da Francesco Giubilei su
Cultora).
Infine: invece di Milano, perché non collocare a primavera 2018 l’annunciata edizione meridionale di Tempo di Libri? A proposito, segnaliamo la riflessione su Napoli Monitor, nel pezzo Una fiera meridionale dei libri? No grazie, se il modello è il pensiero unico spettacolare.
